Storie Olimpiche – L’inatteso trionfo di Irene Camber

A Helsinki 1952 la triestina firma l’oro nella prova individuale di fioretto femminile ed è la prima donna della scherma azzurra a conquistare il titolo Olimpico. E la seconda italiana di sempre a vincere la medaglia più prestigiosa ai Giochi Olimpici.

 

 

Quando tornò a Trieste al termine della trionfale Olimpiade di Helsinki 1952, Irene Camber fu portata in parata su un’auto scoperta per le vie della città, con un corteo di auto e di 300 Lambrette. Eppure, su quella vittoria nessuno ci aveva scommesso. Al punto che gli strilli dei giornali del giorno dopo gridavano tutti all’impresa dell'”inattesa Irene Camber”.

Perché se oggi le fiorettiste sono indubbiamente la punta di diamante del movimento della scherma azzurra al femminile-  primato sublimato quattro anni fa sulle pedane di Londra e da quella tripletta leggendaria firmata Di Francisca, Errigo, Vezzali – ai tempi del bianco e nero la situazione era completamente all’opposto: sebbene presente nel programma Olimpico sin dall’edizione di Parigi 1924 (per le donne era prevista la sola prova individuale di fioretto e nulla più), l’esordio a Cinque Cerchi per le italiane non avvenne prima del 1948. Troppo eccessive le spese per una trasferta a Los Angeles nel 1932, mentre nelle trionfali (per la squadra maschile) Olimpiadi di Berlino del 1936 la dichiarazione da parte di Nedo Nadi di voler inviare «una rappresentanza italiana, larga se occorre, nella scherma femminile»* non andrà oltre a tale livello. A Londra ci fu poca gloria per i colori azzurri: la migliore fu la genovese Velleda Cesari, che chiuse al settimo posto, mentre Elena Libera ed Irene Camber rimasero escluse dalla finale a otto. Ma per quest’ultima, l’occasione del riscatto a Cinque Cerchi sarebbe arrivata molto presto.

Più precisamente la data da segnare con il circoletto rosso è quella del 27 luglio 1952. Fu una giornata campale, cominciata in mattinata con le fasi eliminatorie e proseguita ben oltre la mezzanotte. Nel gironcino a otto – da tirarsi all’italiana – che assegnava il titolo, Irene partì bene infilando due vittorie ma poi subì altrettanti arresti per mano di due americane, Maxine Mitchell e Janice Lee – York. Sembrava la fine di ogni speranza di medaglia, ma poi successero due cose che riaprirono i giochi. La Camber regolò l’ungherese Kovac e, nello stesso tempo Maxine Mitchell inflisse la sconfitta a un’altra ungherese, Ilona Elek. Che altri non era se non la due volte campionessa Olimpica, e chissà quanto altro avrebbe potuto vincere se in mezzo non ci si fosse messa la Seconda Guerra Mondiale che la costrinse ad attendere 12 anni fra l’oro di Berlino e quello di Londra. A 45 anni, era ancora lei la favorita numero uno per il titolo, e fino a quel momento stava marciando spedita e imbattuta verso l’ennesima riconferma. Ma quella sconfitta, e soprattutto quella successiva contro Irene Camber, rimisero tutto in gioco: la super campionessa magiara si doveva giocare il tutto per tutto in uno spareggio decisivo proprio contro quella coriacea triestina che, da assoluta outsider, era arrivata a insidiare il suo regno.

ilona elek

Un ritratto di Ilona Elek, avversaria di Irene Camber nella finale di Helsinki 1952

Quattro stoccate soltanto separavano una delle due dalla gloria. A partire forte fu la Elek. Delle due era quella che aveva più da perdere: veniva da due trionfi e per tutti era la vincitrice naturale. Pronti via e la magiara andò sul 2-0, mentre l’azzurra a quel punto – come avrebbe poi raccontato qualche anno dopo in un’intervista concessa a Repubblica – ebbe come preoccupazione principale quella di non subire il cappotto. Cambiò gioco e riuscì a impattare sul 2-2, ma ancora la Elek rispose e si porto a una stoccata dall’oro mettendo a segno la botta del 3-2. Ma la Camber non era certo intenzionata a concedere partita vinta alla Campionessa ungherese: 3-3 e tutto rimandato all’ultima stoccata. Nel silenzio surreale del tendone da tennis prestato alla scherma, due atlete stavano giocandosi in una sola stoccata il titolo Olimpico: fu la Camber a prendere l’iniziativa. Attacco una, due volte ma cadde sempre sotto la parata della Elek. Poi, l’intuizione: «mi resi conto che lei rispondeva in modo meccanico, senza grande attenzione. E allora entrai decisa: feci un coupè e le entrai nella pancia. Si tolse subito la maschera e mi fece le congratulazioni. Da li nacque la nostra amicizia».

Per la prima volta nella sua storia, l’Italia della scherma si trovava a festeggiare una medaglia d’oro nella scherma femminile. E per la seconda, una medaglia d’oro Olimpica di una donna: perché sedici anni prima, a Berlino, una ventenne bolognese che di nome faceva Trebisonda – in onore dell’omonima città turca che aveva stregato suo padre –  corse più veloce di tutte gli 80 metri di pista di atletica dell’Olympiastadion. Alla storia però sarebbe passata con il nome di Ondina, Ondina Valla.

Quanto a Irene Camber, l’anno successivo si laureò campionessa del Mondo, ma non fu in grado di difendere l’oro olimpico a Sidney a causa di una gravidanza. Tornerà a calcare una pedana a Cinque Cerchi quattro anni dopo, a Roma, per un’altra storica prima volta: il bronzo conquistato dalle azzurre nella gara a squadre, infatti, fu la prima medaglia olimpica per l’Italia femminile in questo tipo di competizione. Il seme del Dream Team era stato definitivamente piantato e, ancora oggi a oltre cinquant’anni dal quel giorno, l’Italia del fioretto in rosa ne continua a cogliere i frutti.

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* G. Toran, La Federazione Italiana Scherma compie 100 anni, Nomos Edizioni,  vol.2, p.59

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