Aron Szilagyi, vedi i Cinque Cerchi e poi vinci

Show dell’ungherese, che bissa il titolo di Londra. Argento per Homer, bronzo per Kim.

 

Si dice che il grande filosofo e scrittore tedesco Johann Wolfgagn von Goethe – per brevità chiamato Goethe – rimase così estasiato dalla vista di Napoli, che si lasciò andare a una frase rimasta celebre nei secoli: «vedi Napoli e poi muori».

Si dice anche che un talentuoso sciabolatore ungherese sia rimasto così estasiato dalla vista dei Cinque Cerchi olimpici tanto da decidere di farne il proprio personale terreno di caccia. Perché Aron Szilagyi è fatto così: sente profumo di Olimpiadi e eleva all’ennesima potenza il suo livello schermistico. E come quatto anni fa, non ce n’è per nessuno. Da Londra a Rio, il filo di un discorso vincente ripreso da dove lo aveva lasciato l’ultima volta. Allora fu il nostro Diego Occhiuzzi l’ultimo a cedere, oggi è toccato al giovane e talentuoso americano Daryl Homer, che in due anni riesce nel poco invidiabile record di centrare due finali di fila fra Mondiali e Olimpiadi e dover concludere entrambe con l’argento. Fil rouge comune per gli americani, basta vedere il destino di Alexander Massialas, scherzi del destino e degli Dei della scherma.

Ma al netto di tutto, il newyorkese figlio delle Isole Vergini, ha davvero ben poco di che rimproverarsi: con un Szilagyi così in palla, difficile pensare di poterlo fermare. Al punto che l’andamento della finale ricalca in parte quello di quattro anni fa che vide protagonista il nostro Diego Occhiuzzi: partenza fulminante di Szilagyi e match subito all’inseguimento per Homer. Match, peraltro, bellissimo, perché di fronte ci sono due fra gli sciabolatori più spettacolari del circuito. Alla fine il tabellino recita 15-8, con Szilagyi che raggiunge nell’albo i pochi eletti del back to back olimpico, mentre l’Ungheria si conferma non solo terra di tradizione nella sciabola ma anche e soprattutto, seconda forza del medagliere a questa olimpiade.

Là davanti scappa la Russia, oggi tradita dal suo uomo migliore: Alexei Yakimenko, infatti, cade inaspettatamente al primo turno, battuto 15-14 dall’eroe per caso Pancho Paskov, bulgaro alla sua -peraltro breve – giornata di gloria. Capita anche questo in una gara, come quella Olimpica, dove la tensione raggiunge picchi che non si trovano nelle altre grandi manifestazioni: l’ultima vittima in ordine di tempo è stata Arianna Errigo, ma ne han pagato il fio anche fior di campioni e campionesse come Andrea Cassarà o Olga Kharlan. Perso subito uno dei grandi protagonisti, la gara si accende con le battaglie degli altri big: Bongil Gu cede al sorprendente Abedini – poi quarto a fine giornata, uscito sconfitto da un match senza storia per il bronzo contro Junghwan Kim – mentre il quarto di finale fra Szilagy e Dolniceanu è una vera clash of titans, che avrebbe avuto tutti i crismi perlomeno della semifinale se non della finale.

E peccato che gli azzurri non possano essere protagonisti della battaglia: Diego Occhiuzzi si fa sorprendere dal vietnamita Vu e termina ancora prima di iniziare la sua difesa dell’argento londinese, Aldo Montano da spettacolo, lotta, batte Ferjani al primo turno ma poi cede agli ottavi contro Kovalev, sgambettato anche un da un paio di decisioni arbitrali che – eufemisticamente parlando – gli sono garbate ben poco. Ma l’Aldone nazionale non intende di certo mollare la presa e rilancia le sfide, se starà bene e potrà dire ancora la sua, lo potremmo anche vedere a Tokyo. Nel frattempo, per favore, che qualcuno lo cloni!

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Fotografia Augusto Bizzi

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