Augusto Bizzi, quando la scherma è un romanzo da scrivere uno scatto alla volta

Macchina fotografica al collo, racconta per immagini tutte le più importante gare schermistiche e non solo. Lo abbiamo intervistato a schema libero e davanti a una birra.

 

Dove c’è scherma, c’è Augusto Bizzi da Livorno. Armato di macchina fotografica, gira instancabile per tutti i palazzetti per immortalare ogni momento della gara conducendoci, sorta di Virgilio moderno, all’interno del mondo delle pedane cogliendone tutte le sfumature: la gioia per una vittoria, la delusione per una sconfitta, la concentrazione in vista di una botta decisiva; o, ancora, la tensione nelle attese fra un assalto e l’altro o i volti trasfigurati di chi, sugli spalti, sta soffrendo e palpitando per qualche protagonista in pedana.

«State chiudendo o facciamo in tempo a farci una birra?» chiediamo al cameriere del pub adiacente all’Hotel Novi Sad, con tono supplice perché opti per la seconda risposta. Sono quasi le undici di sera di una calda serata estiva serba; un’altra giornata di gare agli Europei di scherma è andata in archivio e, al termine di una robusta grigliata di carne (e un avventuroso viaggio in auto…in sei, con annesse preci ai piani alti che in giro non ci fosse una qualche pattuglia della polizia a fermarci), ci siamo spostati verso l’albergo che ospita gli “officials” della competizione per fare la nostra intervista con Augusto.

Foto: Arianna Scarnecchia

Ordiniamo una “Jelen Pivo” e davanti a essa cominciamo la nostra chiacchierata. A schema libero, parlando di scherma ma anche di fotografia, di come tutto è cominciato e di cosa sarebbe stato se la strada del fotografo livornese non si fosse un giorno incrociata con quattro pedane colorate e il magico universo che attorno ad esse ruota.

Come nasce la tua passione per la fotografia sportiva?

Le due cose, fotografia e sport, sono sempre andate di pari passo. Non avendo mai potuto fare sport da giovane, a un certo punto ho capito che la fotografia avrebbe potuto essere un ottimo mezzo per avvicinarsi a esso. Le prime fotografie le ho fatte che avevo diciassette/diciotto anni, inizialmente come hobby e poi pian piano ha cominciato a diventare un lavoro.

La scherma è arrivata successivamente, quali sono stati i tuoi esordi?

Con il basket! Ho lavorato per tanto tempo a Superbasket, la rivista di Aldo Giordani, per cui ho fatto il fotografo, seguendo Livorno quando aveva una squadra in Serie A. Poi ho seguito molto il calcio, qualcosa di Motociclismo.

E il tuo primo contatto con la scherma a quando risale?

Nel 2008 sono andato a Kiev a seguire l’Europeo di scherma per l’agenzia per cui lavoravo all’epoca e per la quale avrei dovuto seguire le successive Olimpiadi di Pechino. Il mio primo vero contatto con la scherma è stato quello, unito al fatto di avere un figlio che questo sport lo praticava.

E da lì è iniziato tutto.

Si, da lì è nata questa mia passione.

Quali sono gli elementi che più ti affascinano della scherma? 

Della scherma mi affascinano tante cose, purtroppo (ride, ndr). Battute a parte, innanzitutto la lealtà, ma anche il suo essere uno sport educativo nei confronti della sconfitta: fin da bambino, allenandoti e tirando in sala scherma, capisci che a volte nella vita purtroppo si è costretti a fare i conti con il concetto del “perdere”. Ma, soprattutto, ti porta a fare i conti con il fatto che nel 99% dei casi se perdi è solo colpa tua: se l’avversario tocca, è colpa tua che non hai parato. È un concetto semplicissimo. E poi l’umiltà e il rispetto per l’avversario: uno che vince un Mondiale o un Olimpiade, anche se sono passati tanti anni dalla vittoria, verrà sempre ricordato come tale e affrontato con il rispetto che si deve a chi ha vinto qualcosa di importante. Ma, dal canto suo, il grande Campione dalla gara successiva deve tornare umile e mettersi in testa che si riparte da zero.

Dei tanti scatti fatti, ce n’è uno a cui sei particolarmente legato?

Me lo chiedono spesso, ma in realtà no. Anche solo per il fatto che a ogni gara ce n’è uno nuovo. Se proprio devo citarne qualcuno, ti posso citare Antalya 2009, quando vinse Andrea Baldini. Ma non tanto per la bellezza della foto in sé, quanto per il fatto che Baldo è un mio amico fraterno. O quella di Ilaria Salvadori e Arianna Errigo che, dopo aver vinto l’oro a squadre a Londra, esultano cantando un coretto in mio onore. Oppure Aldo Montano a Catania. Ma ce ne sono tante altre, anche con protagonisti atleti internazionali, ognuna delle quali è legata a un ricordo o a un evento particolare

Quindi più un criterio emozionale che non tecnico.

Si. Ti faccio un esempio: la Kuusk, che qui a Novi Sad ha fatto argento, la conosco da tento tempo e mi chiede sempre le foto. Ecco, quando ho visto che ha ottenuto il suo primo risultato importante, mi sono trovato a essere felice per lei.

Che rapporto hai con gli atleti?

A volte capita che i genitori di qualche atleta straniero che ho conosciuto da cadetto, mi invitino a casa loro quando sono di passaggio dalla loro città per qualche tappa di Coppa del Mondo. Ma proprio che mi vengono a prendere all’aeroporto! Non posso non andarci! Naturalmente questo fa molto piacere, perché vedo riconosciuto il mio lavoro. Io cerco  di stare molto attento alle loro esigenze, evitando ad esempio di mettere quelle foto che non avrebbe senso pubblicare e divulgare, dando anche l’idea di una certa professionalità nel mestiere che faccio.

Che apporto danno i tuoi scatti al racconto dello sport scherma?

I ragazzi non erano abituati a questo genere di visibilità, così come gli arbitri. Una volta, nel 2010 agli Assoluti di Livorno, venne da me Paolo Pizzo e mi disse: «Ti devo ringraziare, prima giravo per Catania e non mi riconosceva nessuno, ora che hanno scoperto che sono un campione di scherma in alcuni locali prendo la pizza e non pago». Questo ancora prima che vincesse il Mondiale.

 

Augusto Bizzi al lavoro (Foto: Chang/Facebook)

Il tuo lavoro ti porta spesso in giro: ti pesa?

In realtà l’unica contropartita negativa è che vedo raramente la mia famiglia, per il resto è un mestiere che mi piace fare e che mi diverte e quindi il peso è relativo. Dopo il Mondiale di Verona (aprile 2018, ndr) ho fatto un calcolo e mi sono accorto che sui primi 100 giorni dell’anno, ero rimasto a casa mia solo per 14.

Come costruisci le tue fotografie? Hai, nella tua testa, un ideale di “scatto perfetto”?

In realtà a no. A volte mi diverto a provare scatti un po’ particolari, magari dopo aver intuito il tipo di stoccata che sta per arrivare e che magari non tutti possono comprendere. Ma in realtà, quando ci fai l’occhio puoi cominciare a capire quello che sta per succedere e di conseguenza prepararti a scattare: ad esempio vedere come viene portato l’attacco o come si sviluppa l’azione.

Interviene Gaspare Armata, arbitro internazionale, seduto al tavolo con noi. Ci mostra una fotografia scattata agli ultimi Assoluti di Milano, due fiorettisti in affondo e i cavetti delle rispettive maschere che volano via: «In questo scatto c’è tutto Augusto» ci dice «ed è la prova di cosa vuol dire conoscere questo sport dall’interno. Perché in quel momento senti che stanno per tirare la stoccata e riesci a cogliere l’attimo dei due cavetti che volano via»

(Foto: Bizzi)

Una sorta di “lettura preventiva” delle azioni e delle intenzioni.

Ad esempio la stoccata di Marco Fichera contro Nikishin a pochi secondi dalla fine nella gara a squadre qui a Novi Sad: sapevo che avrebbe scelto quella soluzione perché mi ricordavo che già in un’altra occasione l’aveva fatta. E perché l’esperienza ti insegna che in queste situazioni gente come Fichera o Baldini hanno il guizzo per risolvere a loro favore il match.

Un grande maestro di fotografia, Steve Mc Curry, sostiene che, pur predicando i lunghi e pazienti appostamenti, alla base della fotografia ci sono anche tanti attimi fuggenti da sapere cogliere al volo. Ti trova d’accordo?

Ovvio. Una buona fotografia deve essere un mix delle due cose, da una parte la fortuna di trovarti al posto giusto nel momento giusto, ma dall’altra anche la bravura tua di rimetterti in posizione nella speranza che accada nuovamente quello che ti sei perso perché non potevi essere presente nel momento in cui è successo la prima volta. Un po’ come se tu la chiamassi, questa nuova possibilità. E a volte questa la viene premiata. Altre volte, invece, sai già a priori come e dove farti trovare pronto per portare a casa la fotografia: prendi ad esempio il bacio alla coccia della spada di Ana Maria Branza a fine di ogni assalto vittorioso. Bacio e sguardo verso il cielo, una dedica al padre. Lo ha fatto la prima volta appena successo il fatto durante una gara di Coppa Europa a Napoli e da allora è diventato rituale: ecco, io so che questo accade e mi faccio trovare pronto a fermare questo momento. Spesso lo segnalo ai colleghi stranieri che magari non lo sanno, ma la regola base della fotografia è che se sai, ci stai. Al posto giusto e nel momento giusto.

Bacio alla spada e occhi rivolti al cielo per Ana Maria Branza (Foto: Bizzi)

Cosa cerchi di catturare maggiormente nei tuoi scatti?

Parliamo di un lavoro, quindi chiaramente tendo a privilegiare aspetti come quello giornalistico oppure che possano venire utile per il marketing dei vari sponsor. Chiaramente anche la diversa destinazione mediatica degli scatti, siano siti internet, giornali o social, presuppone una cura particolare di ogni immagine. Perché esse ormai devono coprire l’intera gamma comunicativa dell’evento.

Oltre alla scherma c’è un altro sport che suscita in te le stesse emozioni?

Sono da sempre innamorato del basket. Perché venendo da quel mondo, tutto ciò che ora sto vivendo nella scherma l’ho vissuto nella pallacanestro: conoscevo tutti gli atleti, gli schemi di gioco, sapevo in anticipo dove sarebbe finita la palla. Ero davvero appassionato di questo sport.

E se non avessi fotografato sport, cosa stuzzica l’immaginario fotografico di Augusto Bizzi?

Da giovane mi sarebbe piaciuto tanto fare l’inviato di guerra. Era un mestiere difficile ma, parafrasando Bebe, proprio perché è difficile bisogna farlo. Altrimenti, che gusto c’è?

Twitter: agenna85

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Foto copertina: Tariq Al-Mutair