Cosa mi mancherà di Paolo Pizzo

 

 

Quando vinse il suo primo Mondiale, nel 2011, Paolo Pizzo aveva già 28 anni e un curriculum da spadista internazionale che aveva iniziato a riempirsi in ritardo. Per molti si trattò di un caso, di una fortunata coincidenza, dell’entusiasmo generato dal tirare in casa, nella sua Catania, circondato dalla sua gente, dai suoi famigliari, dal medico che gli aveva portato via un tumore dal cervello quando era poco più che un bambino. Non potevano sbagliarsi più di così, ma ci avrebbero messo altri 6 anni a capirlo, perché tra Catania e e il suo secondo titolo Mondiale a Lipsia, nel 2017, Pizzo ha dovuto fare costantemente i conti con le opinioni di chi lo riteneva un atleta di seconda fascia con tanta, tanta fortuna.

Per buona parte della sua carriera internazionale, Paolo ha sentito queste voci passargli accanto alle orecchie, ha affrontato una complessa operazione alla mano e vissuto un periodo di rientro complicatissimo, arrivando persino a valutare un ritiro precoce dalle competizioni. Nel gennaio del 2014, un anno e mezzo dopo lo stop ai quarti di finale alle Olimpiadi di Londra e poco più di un anno prima dell’inizio del percorso di qualificazione per Rio 2016, sentii Paolo dire “basta” dopo la peggiore gara della sua vita, un’eliminazione ai gironi nella prova di Coppa del Mondo a Legnano chiusa con un 184esimo posto. Il giorno dopo Paolo tirò la prova a squadre e cominciò a ritrovare se stesso costruendo una seconda parte di carriera se è possibile ancora più esaltante della prima.

Ho avuto la fortuna di incrociare buona parte del mio percorso professionale con la traiettoria agonistica di Paolo. L’ho incontrato alle gare, ho condiviso con lui trasferte, una volta ho persino caricato nella mia valigia per Tbilisi buona parte della sua attrezzatura da scherma perché il suo bagaglio pesava troppo. Nel 2017 l’ho visto conquistare l’argento agli Europei in Georgia e poi l’oro ai Mondiali in Germania. Ricordo ancora le sue urla a ogni assalto di un Europeo tirato in condizioni fisiche che sarebbe eufemistico definire precarie. “Sono un pazzo, sono un pazzo”, urlava al termine dell’assalto che lo fece entrare negli otto. E poi “Medaglia, medaglia”, dopo aver vinto i quarti di finale.

Se sotto il profilo schermistico sono sempre rimasto colpito dall’esplosività con cui è capace di tirare un numero impressionante di stoccate in una singola azione, la carica agonistica di Paolo, la sua voglia di primeggiare sempre e comunque, sono uno dei tratti del suo carattere che mi hanno sempre affascinato di più, ma non l’unico. Ho sempre apprezzato, per esempio, l’enorme onestà intellettuale con cui si è sempre descritto, nei suoi pregi e nei suoi difetti. A Lipsia, subito dopo aver vinto la finale contro Novosjolov e aver conquistato il suo secondo Mondiale, è arrivato ancora in divisa per farsi intervistare e dirci che “Faccio schifo come tiro, sono bruttissimo a vedersi, e lo so. Ma finché tocco, io vado avanti per la mia strada, con buona pace degli esteti”. In quelle parole, più che volontà di rivalsa verso i critici, c’era tanta, tantissima autoironia.

Paolo ha saputo rialzarsi ogni volta che sembrava sul punto di toccare il fondo: dopo l’infortunio alla mano che ha sicuramente minato la sua preparazione alle Olimpiadi di Londra, dopo l’operazione complicatissima a cui si è dovuto sottoporre, dopo quell’eliminazione ai gironi a Legnano. Ci ha provato anche dopo l’epicondilite che l’ha fermato l’anno scorso, nella stagione seguita alla vittoria del Mondiale dopo che nel 2016 era stato argento a squadre a Rio. Si è rimesso in piedi e ha partecipato ai Mondiali di Wuxi. In quell’occasione mi raccontò di non essere al 100% ma di crederci, come in ogni gara, e di voler fare ancora due Olimpiadi, arrivando a 41 anni, come Geza Imre. In quell’intervista, però, tra una parola di scherma e un’altra, cominciava a spuntare un nome, Elena, che gli ha cambiato la vita e probabilmente anche le priorità. Così, con la solita onestà intellettuale, Paolo ha deciso di farsi da parte, ha capito che il suo percorso agonistico internazionale era finito e ha scelto di non rischiare di oscurare con la sua ombra quei ragazzi che a Tokyo possono andarci davvero. Un passo indietro che, ai miei occhi almeno, lo rende ancora più grande.

Twitter: GabrieleLippi1

Foto Bizzi team/Fie

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